
Undici anni fa, all'incirca, Fabrizio De André suonava in quello che sarebbe stato il suo ultimo tour. Cinquantamila lire, per vedere il concerto; cinquantamila lire che non volli spendere, "sono troppi" mi dissi, "aspetterò la prossima volta". E pensare che, tra sbevazzamenti con gli amici, sigarette e altre cazzate, quei soldi se ne andavano in una settimana, forse due... Sono passati undici anni e non ho ancora smesso di pentirmi per aver perso l'ultima occasione di ascoltare dal vivo l'artista che, forse più di ogni altro, mi ha cambiato dentro, l'uomo che mi ha insegnato a guardare le cose da una prospettiva diversa. Se oggi sono ciò che sono, in parte lo devo anche a lui.
Come tanti altri musicisti, De André è entrato nella mia vita quand'ero bambino e ascoltavo quello che le mie sorelle ascoltavano. Alcune di quelle cose mi sono entrate dentro e ci sono restate più di altre, e tra queste le sue parole, la musica che le avvolgeva, la voce che le raccontava. Avrei voluto domandargli un mare di cose, avrei voluto passare con lui ore ad ascoltarlo, avrei voluto chiedergli di insegnarmi come si fa a conoscere le persone senza condannarle, come si fa a guardare tutti, ma proprio tutti, né dall'alto né dal basso ma semplicemente da essere umano a essere umano.
Avrei voluto avere la possibilità di dirgli "grazie".